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| Che Guevara | |
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La
nostra è una lotta all'ultimo sangue Secondo
intervento alla nona sessione dell'Assemblea Generale dell'ONU, l'11 dicembre
1964 Chiedo scusa se occupo per la seconda volta questa tribuna. Lo faccio -servendomi del diritto di replica. Naturalmente, anche se non è proprio la cosa che ci interessa di più, questa che potrebbe chiamarsi ora la controreplica potrebbe poi essere ripresa per dar luogo all'anticontroreplica e cosi via all'infinito. Noi ribatteremo ad una
ad una le affermazioni dei delegati che attaccarono l'intervento di Cuba, e lo
faremo nello spirito in cui ciascuno di essi lo fece, o pressappoco. Comincerò col
rispondere al delegato di Costarica, il quale si è rammaricato per il fatto che
Cuba si sia lasciata ingannare da notizie infondate diffuse dalla stampa
scandalistica, e ha detto che il suo governo prese immediatamente alcune misure
di controllo quando la stampa libera di Costarica, molto diversa dalla stampa
schiava di Cuba, fece alcune rivelazioni. Forse il delegato di
Costarica ha ragione. Noi non possiamo fare un'affermazione categorica basandoci
sui reportages che la stampa imperialista, soprattutto negli Stati Uniti,
ha fatto diverse volte sui controrivoluzionari cubani. Ma se Artime fu il capo
della fallita invasione di Playa Girón, lo fu con un certo intermezzo, perché
fu il capo finché arrivò alle coste cubane ed ebbe le prime perdite, dopo di
che fece ritorno negli Stati Uniti. Nell'intermezzo, come la maggioranza dei
membri di quella "eroica spedizione liberatrice," fece il "cuoco
o l'infermiere," perché questa fu la qualifica con cui dissero di essere
giunti nella nostra terra, dopo essere stati fatti prigionieri, tutti i
"liberatori" di Cuba. Artime, che adesso è diventato di nuovo un
capo, si indignò contro le accuse che gli venivano mosse. Di cosa? di
contrabbando di whisky. Perché nelle sue basi in Costarica e in Nicaragua, a
quanto disse, non vi è contrabbando di whisky: "vi si preparano i
rivoluzionari per liberare Cuba." Queste dichiarazioni sono state fatte
alle agenzie di stampa e hanno girato il mondo. Noi sosteniamo, mille e
una volta, che le rivoluzioni non si esportano. Le rivoluzioni nascono nel seno
dei popoli. Le rivoluzioni sono generate dallo sfruttamento che i governi - come
quello di Costarica, quello di Nicaragua, quello di Panamà o quello del
Venezuela - fanno pesare sui rispettivi popoli. Poi si possono, appoggiare o
meno i movimenti di liberazione; li si può aiutare, soprattutto moralmente, Ma
la realtà è che le rivoluzioni non possono essere esportate. Riguardo al Nicaragua
volevamo dire al suo rappresentante, anche se non ho capito bene tutta la sua
disquisizione circa gli accenti credo che si riferisse a Cuba, all'Argentina e
forse anche all'Unione Sovietica - spero, ad ogni modo, che il rappresentante
del Nicaragua non abbia trovato un accento nordamericano nella mia allocuzione,
perché questo sì che sarebbe pericoloso. Effettivamente, può darsi che il mio
accento durante l'intervento richiamasse alla memoria l'Argentina. Sono nato in
Argentina, non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e
se le loro signorie illustrissime dell'America latina non si adombrano, mi sento
patriota dell'America latina, di qualsiasi paese dell'America latina, nel modo
più assoluto, e qualora fosse necessario sarei disposto a dare la mia vita per
la liberazione di qualsiasi paese latinoamericano, senza chiedere nulla a
nessuno, senza esigere nulla, senza approfittare di nessuno. E questa
disposizione d'animo non caratterizza soltanto me, rappresentante temporaneo
alla presente Assemblea. L'intero popolo di Cuba ha questa stessa disposizione.
L'intero popolo di Cuba freme ogni volta che viene commessa un'ingiustizia, non
soltanto in America, ma nel mondo intero. Noi possiamo dire quello che tante
volte abbiamo ripetuto di quella famosa massima di Martí, che ogni vero uomo
deve sentire sul proprio volto il colpo inferto sul volto di qualsiasi uomo.
Questi sono i sentimenti dell'intero popolo di Cuba, signori rappresentanti. Ma se il rappresentante
del Nicaragua vuol riguardarsi un momento la carta geografica del suo paese o
ispezionare direttamente località di difficile accesso, può andare, oltre che
a Puerto Cabezas - da dove credo non vorrà negare che si imbarcò una parte,
una gran parte se non tutta la spedizione di Playa Girón - a Blue Filos e a
Monkey Point, che credo dovrebbe chiamarsi "Punta Mono," e che non so
per quale strano accidente storico, dato che si trova in Nicaragua, figura come
Monkey Point. Lí potrà incontrare alcuni controrivoluzionari o rivoluzionari
cubani, come preferite chiamarli, signori rappresentanti del Nicaragua. Ve ne
sono di tutti i colori. Vi è anche abbastanza whisky, non so se di contrabbando
o importato direttamente. Siamo al corrente dell'esistenza di quelle basi. E,
naturalmente, non andremo a chiedere all'OEA di indagare per controllare se vi
sono o no. Conosciamo fin troppo bene la cecità collettiva dell'OEA per andare
a chiedere una cosa così assurda. Il rappresentante di
Panama che ha avuto la cortesia di chiamarmi "Che," come mi chiama il
popolo di Cuba, cominciò a parlare della Rivoluzione messicana. La delegazione
cubana parlava del massacro perpetrato dai nordamericani contro il popolo
panamense, e la delegazione del Panamà comincia a parlare della Rivoluzione
messicana e va avanti su questo tono, senza fare il minimo riferimento al
massacro nordamericano a causa del quale il governo di Panamà ruppe le
relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Magari nella terminologia della
politica prevaricatrice, questo si chiama tattica; in termini rivoluzionari,
questo, signori, si chiama abiezione, in tutte lettere. Fece riferimento
all'invasione del 1959. Un gruppo di avventurieri diretti da un barbudo da
caffè, che non era mai stato sulla Sierra Maestra e che ora si trova a Miami, o
in qualche base o in qualche altro posto, riuscì ad entusiasmare un pugno di
ragazzi e ad effettuare quell'avventura. Ufficiali del governo cubano lavorarono
congiuntamente al governo panamense per liquidare quella faccenda. È vero che
partirono da un porto cubano, ed è anche vero che discutemmo amichevolmente in
quella occasione. Di tutti gli interventi
fatti qui contro la delegazione cubana, quello che sembra inescusabile da tutti
i punti di vista è l'intervento della delegazione di Panamà. Non abbiamo avuto
la minima intenzione di offenderla, né di offendere il suo governo. Ma è vera
anche un'altra cosa: non abbiamo avuto nemmeno la minima intenzione di difendere
il governo di Panamà. Volevamo difendere il popolo di Panamà con una denuncia
davanti alle Nazioni Unite, dato che il suo governo non ha il coraggio, non ha
la dignità di chiamare qui le cose con il loro vero nome. Non abbiamo voluto
offendere il governo di Panamà, e non abbiamo voluto neppure difenderlo. Al
popolo di Panamà, nostro fratello, va la nostra simpatia e abbiamo cercato di
difenderlo con la nostra denuncia. Il signor
rappresentante della Colombia, in tono misurato - anch'io debbo cambiare tono -
asserisce che vi sono due affermazioni inesatte: una, l'invasione yankee del
1948 a seguito dell'assassinio di Jorge Eliécer Gaitán, e dal tono della voce
del signor rappresentante della Colombia, si avverte che sente moltissimo quella
morte: ne è profondamente toccato. Noi ci riferivamo, nel
nostro discorso, ad un intervento precedente che forse il rappresentante della
Colombia ha dimenticato: l'intervento nordamericano per la separazione di Panamà.
Poi ha detto che non vi sono forze di liberazione in Colombia, poiché non c'è
niente da liberare. In Colombia, dove si parla con tanta naturalezza della
democrazia rappresentativa e vi sono soltanto due partiti politici che da anni
si dividono il potere metà per ciascuno in base ad una democrazia fantastica,
l'oligarchia colombiana è giunta all'apice della democrazia, potremmo dire. Si
divide in liberali e conservatori e in conservatori e liberali; quattro anni gli
uni e quattro anni gli altri. Nulla cambia. Queste sono le democrazie
elettorali; queste sono le democrazie rappresentative che il signor
rappresentante della Colombia difende, magari con tutto l'entusiasmo di cui è
capace, in un paese dove si dice che vi sono stati due o trecentomila morti a
causa della guerra civile che à divampata in Colombia dopo la morte di Gaitán.
Eppure si dice che non c'è niente da liberare. Non ci sarà neppure nulla da
vendicare; non ci saranno migliaia di morti da vendicare; non ci sarà stato
l'esercito a compiere massacri di gente del popolo e l'esercito non sarà più
quello che massacra il popolo dal 1948. Quello che c'è adesso lo hanno cambiato
un po', e i suoi generali sono diversi, o sono diversi i comandi e obbediscono
ad un'altra classe, diversa da quella che massacrò il popolo durante quattro
anni di dura lotta e continuò di tanto in tanto a massacrarlo per molti anni
ancora. E si dice che non c'è niente da liberare. Non ricorda il signor
rappresentante della Colombia che a Marquetalia vi sono forze che gli stessi
giornali colombiani hanno chiamato "La Repubblica Indipendente di
Marquetalia" e che uno dei dirigenti è stato soprannominato "Tiro
Fijo" per cercare di farlo passare per un volgare bandolero? E non sa che lì
si è svolta una grande operazione con l'impiego di 16.000 uomini dell'esercito
colombiano, assistita da militari nordamericani, e con l'utilizzazione di una
serie di mezzi come gli elicotteri e, probabilmente - benché non possa
assicurarlo - con aerei, anche dell'esercito nordamericano? Sembra che il signor
rappresentante della Colombia non sia molto informato perché vive lontano dal
suo paese, oppure che la sua memoria gli giochi dei brutti scherzi. Inoltre, il
signor rappresentante della Colombia ha detto con tanto candore che se Cuba
fosse rimasta nell'orbita degli stati americani sarebbe un'altra cosa. Non
sappiamo bene cosa intendesse con questa storia dell'orbita; ma l'orbita ce
l'hanno i satelliti, e noi non siamo dei satelliti. Non siamo in nessuna orbita;
siamo fuori orbita. Certo che se fossimo stati nell'orbita degli stati americani
avremmo fatto qui un discorso mellifluo di poche paginette in uno spagnolo
naturalmente molto più raffinato, molto più ridondante e aggettivato, e
avremmo parlato della bellezza del sistema interamericano e della nostra difesa
ferma e irremovibile del "mondo libero" diretto dal centro dell'orbita
che tutti voi sapete chi è. Non ho bisogno di nominarlo. Anche il signor
rappresentante del Venezuela ha impiegato un tono moderato, anche se un tantino
enfatico. Ha detto che le accuse di genocidio sono infamanti e che era veramente
incredibile che il governo cubano si occupasse di faccende del Venezuela mentre
praticava la repressione contro il suo popolo. Dobbiamo ripetere qui una verità
che abbiamo sempre detto davanti a tutto il mondo: fucilazioni; si, abbiamo
fucilato; fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario. La
nostra lotta è una lotta a morte. Noi sappiamo quale sarebbe il risultato di
una battaglia perduta e anche i gusanos debbono sapere qual è il
risultato della battaglia che hanno perso oggi a Cuba. Noi viviamo in queste
condizioni perché esse ci sono imposte dall'imperialismo nordamericano. Però
noi non commettiamo assassinii, come ne sta commettendo, ora, in questo momento,
la polizia politica venezuelana che credo venga chiamata Digepol, se non sono
male informato. Quella polizia ha commesso una serie di atti di barbarie, di
fucilazioni, cioè degli assassinii, gettando poi i cadaveri degli uccisi chissà
dove. Questo è accaduto, per esempio, nei confronti di studenti, ecc. La stampa
libera del Venezuela venne sequestrata diverse volte in questi ultimi tempi per
aver dato notizie di questo tipo. Gli aerei militari venezuelani, sotto la guida
di "consiglieri" yankee, quelli si che bombardano vaste zone
contadine, uccidono contadini; la ribellione popolare cresce in Venezuela e ne
vedremo i risultati fra qualche tempo. Rimane il signor
Stevenson. Peccato che non sia qui. Ci rendiamo perfettamente conto del motivo
per cui il signor Stevenson non è presente. Fu allora che il
presidente Kennedy ebbe un atteggiamento onesto. Non volle sostenere una
politica falsa cui nessuno credeva e disse chiaramente che assumeva la
responsabilità di tutto quello che era accaduto a Cuba. Si assunse la
responsabilità, certo; ma l'organizzazione degli Stati Americani non lo ritenne
responsabile né gli chiese di render conto di nessuna responsabilità, secondo
quanto ci risulta. Si trattò di una responsabilità di fronte alla propria
storia e davanti alla storia degli Stati Uniti, perché l'Organizzazione degli
Stati Americani stava in orbita. Non aveva il tempo di occuparsi di queste cose.
Ringrazio il signor
Stevenson per il suo riferimento storico alla mia lunga vita di comunista e di
rivoluzionario che culmina a Cuba. Come sempre, le agenzie nordamericane, non
solo di notizie, ma anche di spionaggio, confondono le cose. La mia storia di
rivoluzionario è corta e comincia realmente nel Granma e continua fino a
questo momento. Voglio dire unicamente
due piccole cose. Non voglio occupare tutto il tempo dell'Assemblea in queste
repliche e controrepliche. Non starò a rifare la
lunga storia di tutte le aggressioni economiche degli Stati Uniti. Dirò
soltanto che malgrado queste aggressioni, con l'aiuto fraterno dei paesi
socialisti, soprattutto dell'Unione Sovietica, noi siamo andati avanti e
continueremo a farlo; che anche quando condanniamo il blocco economico, sappiamo
che esso non ci fermerà e che, accada quel che accada, continueremo a
rappresentare un piccolo dolor di testa ogni volta che verremo a questa
Assemblea o a qualsiasi altra, per chiamare le cose con il loro nome e i
rappresentanti degli Stati Uniti gendarmi della repressione nel mondo intero. Poco tempo fa il
presidente della Bolivia disse ai nostri rappresentanti, con le lacrime agli
occhi, che doveva rompere con Cuba perché gli Stati Uniti lo costringevano a
far ciò. Cosi allontanarono da La Paz i nostri rappresentanti. Non posso dire
che quell'affermazione del presidente della Bolivia fosse vera. Certo è che noi
gli abbiamo detto che questa transazione con il nemico non gli sarebbe valsa a
nulla, perché il suo destino era già segnato. Il presente testo è tratto dal libro "Ernesto Che Guevara, il poeta
sei tu". |
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